visto con i nostri occhi


07/01/2019
Di recente, il Premio Nobel per la pace è stato assegnato a un uomo e a una donna impegnati nella lotta contro la violenza sessuale: Denis Mukwege, ginecologo congolese, e Nadia Murad, yazida, vittima delle aggressioni dell’Isis.
Con il dottor Denis, 63 anni, l’associazione mantovana “Con vista sul mondo” onlus, proprietaria nella Repubblica democratica del Congo del piccolo ospedale Saint Vincent, ha un rapporto speciale. Denis è nato a Bukavu, nel comune di Kadutu, dove è attivo l’ospedale dell’associazione.
Dopo la laurea in Medicina a Bujumbura (Burundi), città in cui “Con vista sul mondo” ha costruito un blocco operatorio di tre piani, Denis si è specializzato in Ostetricia e ginecologia ad Angers, in Francia. Tornato in Congo nell’agosto 1989, dopo aver lavorato all’ospedale missionario di Lamera, tra le montagne del Kivu, ha organizzato con finanziamenti svedesi la costruzione di un grande ospedale nel quartiere periferico Panzi di Bukavu (1998). Qui ha attivato un servizio di aiuto sanitario e psicologico per le numerosissime donne brutalizzate dalle violenze di soldati regolari o ribelli, nei continui scontri per il possesso delle preziose materie prime.
Sono stato al Panzi Hospital verso la fine del 2012. Il dottor Denis, tramite l’amico dottor Jeff, direttore dell’ospedale, mi aveva invitato, insieme al dottor Luigi Molani e al professor Livio Zanoio di Verona, per alcune lezioni alla sua équipe medica. Arrivati a novembre, il dottor Denis non c’era. Il 25 ottobre, dopo numerose minacce, egli aveva subìto un’aggressione armata nella propria casa; si era miracolosamente salvato, ma si era rifugiato con la famiglia in Belgio.
È tornato nel gennaio dell’anno successivo sotto la protezione continua dei soldati dell’Onu. Le donne congolesi avevano percorso ogni strada per garantirgli un rientro sicuro. In quei giorni ho visto la via principale di Bukavu con striscioni rossi che chiedevano il suo ritorno.
Ho saputo del Premio Nobel a lui attribuito nell’ottobre scorso (consegnato il 10 novembre) mentre mi trovavo in Belgio dai miei nipotini. Nelle vetrine delle librerie erano esposte numerose copie del suo volume Plaidoyer pour la vie. L’autobiographie de “l’homme qui répare les femmes” (Appello per la vita. L’autobiografia dell’“uomo che ripara le donne”).
Il libro mi ha fatto conoscere aspetti sconosciuti della sua vita: la fede evangelica; il padre pastore protestante, lui stesso predicatore in una piccola chiesa; l’aiuto ricevuto dalle comunità pentecostali e norvegesi da anni in Congo; i pericoli vissuti durante le guerre che dal 1996 al 2002 hanno insanguinato il Congo, in particolare quando dirigeva l’ospedale missionario di Lamera, distrutto da truppe ribelli insieme all’uccisione di trenta malati e tre infermieri (1996); la tenacia del suo carattere e la capacità di leggere in una dimensione provvidenziale la propria vita.
La violenza alle donne con mutilazioni, ferite importanti e morte, ha assunto dimensioni imponenti nell’Est del Congo, il Kivu, dal 1998. Utilizzata come arma di guerra per intimorire e umiliare la popolazione che vive in una delle zone più ricche di minerali del mondo, la violenza sessuale distrugge la persona, le sue relazioni e destabilizza la famiglia e la società. Le autorità civili da sempre si sono dimostrate indifferenti, anzi contrarie alle segnalazioni allarmate che il dottor Denis ha fornito a organismi internazionali, quali l’assemblea generale dell’Onu (2006). L’intento del governo Kabila era di nascondere la triste realtà al mondo.
Il dottor Denis ha operato circa quattromila donne brutalizzate: «Le chiffre exact je l’ignore, probablement plus» (“Ignoro la cifra esatta, probabilmente è superiore”). Le donne affluivano quotidianamente all’ospedale di Panzi. Durante la mia presenza, nella sala visite, accanto agli affollati e pulitissimi saloni di degenza, una flebo con blu di metilene, indispensabile per evidenziare le fistole genitali, era costantemente accanto al lettino ginecologico.
La drammatica realtà ha fatto sì che anche il piccolo ospedale si attrezzasse per la cura spesso complessa delle lesioni genitali da violenza. Ma c’è di più. Il dottor Jeff ha creato un centro di assistenza psico-sociale per le donne violentate, il Sad, finanziato dall’associazione mantovana di promozione sociale “Colibrì”. L’attività e le testimonianze sono state raccolte nel volumetto Nel ventre di una donna. Storie di donne e di violenza in Congo, pubblicato da “Il Rio” in edizione bilingue (italiano-francese) e fatto conoscere non solo nella nostra provincia.